Tarzan Carmelo tra i relitti della guerra

Osto scoppiò a ridere, si girò, afferrò Ines per i polsi, la guardò dritto negli occhi e si rabbuiò. Fu come quei cieli azzurri dei Nebrodi che certi pomeriggi, di colpo, al segnale di una ventata improvvisa, si incupiscono riempiendosi brontolando di nuvoloni neri neri: «Questo pomeriggio mi è venuto in mente tuo marito».
«A me no» si irrigidì lei, ritraendo le braccia.
«Fammi spiegare…»
Osto allungò la mano, prese «L’Europeo» che stava leggendo quando lei era entrata, lo aprì a pagina 22: «Guarda qua. A me sembrava divertente. Ora non lo so più». Ines prese la rivista, guardò il titolo, imperscrutabile: Mandar uno a Farfa.
«Perché lo fai?»
«Cosa?»
«Perché tieni da parte tutti questi giornali?»
«Lo trovi strano?»
«Beh...»
«Cominciai per mio padre. Ogni tanto, tra il Morgante e l’Orlando innamorato, metteva in scena qualche fatto preso dalla cronaca. Gli bastava lo spunto. Le disgrazie di un emigrante, un pasticcio burocratico, un dramma della gelosia... Non c’è oprante, scrittore o teatrante che possa immaginare le storie che offre la realtà. Gli direbbero: ma non è possibile! C’è tutto: l’assurdo, il comico, il fantastico... L’odio, la tenerezza, il dolore... Tutto. E chi se le poteva inventare storie come quella del Profeta del lago del Verbo? Chi se le poteva inventare certe storie d’amore?»
«Pensi alla nostra?» rise lei.
«Penso alla nostra... Chissà cosa sarebbe riuscito a farne, il vecchio Placido. Ricordo una sera che improvvisò la storia della strage del pane di via Maqueda...»
«Cioè?»
«Non credo che in Alta Italia ne abbiate saputo niente. Era l’ottobre del ’44. A Palermo facevano la fame. L’esercito sparò sulla folla. Mio padre titolò il cartellone Lamentu pi li morti a via Maqueda. I carabinieri non furono contenti. Temevano che quelle cose scaldassero gli animi. Il brigadiere glielo disse pure: “Aliquò, al tenente non è piaciuto che abbiate usato la parola ‘sbirri’. Preferisce che rappresentiate i paladini”. Te l’ho detto: la verità è che certe volte il mondo reale offre delle storie che sembrano così impossibili che un oprante o uno scrittore non oserebbe scriverle. Come questa.»
Ines rilesse il titolo: Mandar uno a Farfa. Il sommario era appena appena più comprensibile: «Il governo vi spedisce tutti gli inclassificabili: tra gli altri vi è giunto Tarzan il Birmano, che si chiama Carmelo».
Guardò la foto: un ragazzone dalla faccia quadrata, zigomi duri, capelli impomatati, naso camuso, labbra carnose con una piega crudele, sguardo un po’ inebetito. La didascalia era straordinaria: «Tarzan Jungleman, il finto birmano che, dopo una sosta al campo profughi di Farfa, in Sabina, è stato rimpatriato ad Agrigento».
Osto spiegò che, come scriveva Barzini, erano stati concentrati lì a Farfa un po’ di relitti umani della guerra: «Il disertore di un piroscafo indiano, un negro della Colombia canuto come zio Tom, bellissime giovani austriache che non si sa bene da dove siano sbucate fuori, un marinaio amburghese che porta tatuati sul dorso i nomi degli eroi nazionali svizzeri», un pittore croato arrivato a vela sulle nostre sponde adriatiche perché il comunismo titino «non si addiceva alla sua pittura» e, insomma, naufraghi dei campi di battaglia e dei bordelli, dei mercati neri e dei lager di mezza Europa rastrellati a conflitto finito e dall’identità spesso incerta.
C’era Luigi Kovacs, «famoso calciatore chiamato in Italia dalla Lazio, che lo voleva far giocare mediano e sta a Farfa, aspetta e mostra a tutti il suo contratto». E Augusto Egartner, «un vecchio contadino austriaco nato in Croazia che parla l’italiano veneto dei bosniaci e tiene nel portafoglio il diploma di legionario fiumano, firmato da D’Annunzio». E poi lui, il sedicente Tarzan Jungleman, l’uomo della giungla. Messo a terra a Taranto da un piroscafo inglese che lo aveva raccattato chissà dove, aveva dichiarato di essere birmano e in questa trincea, forte di un documento della Croce rossa internazionale che lo certificava, appunto, come «cittadino birmano, domatore e pilota di professione», si era bellicosamente asserragliato.

Il dottor Placido Currò, direttore del campo, aveva notato che il selvaggio, «quando tentava raucamente di farsi intendere dalle guardie, quando rispondeva tra i ringhi e gli ululati alle domande, aveva uno spiccato accento siciliano». Dài e dài, visto infrangersi il suo sogno di essere rimpatriato dalle parti del Siam, Tarzan aveva finalmente ceduto: «Si chiama Carmelo Navarra. Era soldato di fanteria a Verona, nel 1943, quando fu condannato a otto anni di reclusione per un piccolo furto. L’8 settembre scappò ma venne rastrellato dai tedeschi e inviato a Mauthausen. All’arrivo degli Alleati il Navarra pensò che, se si dichiarava italiano, avrebbe dovuto riprendere il suo posto nelle patrie carceri. Il mondo, il vasto mondo, lo attendeva».
Così, avendo visto Tarzan al cinema, aveva approfittato «della tinta bronzea della pelle e dell’aspetto lievemente orientale» per dichiararsi Re della giungla. Gli inglesi, che sul posto non avevano il tempo e il modo di controllare neanche le storie più inverosimili e far setaccio dei poveretti impazziti nel lager, l’avevano dunque dirottato «con indiani, negri, sikh, malesi e arabi» a Londra: «Al War Office ufficiali coloniali espertissimi nei dialetti dell’Asia lo interrogarono a lungo, senza riuscire a capire quale fosse la lingua dell’uomo selvaggio. Si chiamarono i più profondi conoscitori di sottodialetti dalle università, veterani del Colonial Office, diplomatici orientali. Navarra asserisce di essere stato imbarcato per l’Estremo Oriente, tuttavia il fatto che lo abbiano sbarcato a Taranto e consegnato ai carabinieri dimostra come il solitario agrigentino non sia riuscito a sconfiggere il più grande paese coloniale del mondo».
Osto si fermò: «È fantastica o no? Per anni (anni!) è riuscito a prendere tutti per i fondelli! E ha ceduto solo quando il medico gli ha spiegato che con l’amnistia non sarebbe tornato dentro. Un semianalfabeta! Barzini gli ha pure chiesto: “Cosa c’è di notevole ad Agrigento?”. E lui, senza esitare: “La nuova stazione ferroviaria”. E davanti alle insistenze del giornalista che voleva sapere di qualcosa di “veramente bello” ha corretto: “La nuova passeggiata per il manicomio”. Manco la Valle dei Templi conosce, e ha fatto fessi i professoroni inglesi!».
«E tu mi vuoi dire che è tutto vero?»
«Quasi tutto, immagino. Forse la realtà aveva troppa fantasia.»
Ines rideva, guardava la foto del Tarzan girgentino e rideva fino alle lacrime. Poi si asciugò gli occhi con il dorso della mano, rifiatò, si sollevò portandosi la mano alla fronte come avesse un capogiro e chiese, improvvisamente turbata:
«Ma perché, scusa, ti era venuto in mente Italo?».
«Metti che pure il tuo fantasma, invece che essere morto…»
«Oddio…»
«Cosa faresti?»
«Oddio…»